Governo-ombra o governo nell’ombra?

di ENNIO SIMEONE

Domenica scorsa al Marriot Hotel di Roma la parata dei mille partorita dalle primarie del Pd (700 renziani doc, 220 orlandiani, 80 apulo-emiliani) è approdata soprattutto a un risultato: la ufficializzazione di una specie di “governo ombra” con il ruolo di tutore e guida del governo ufficiale presieduto da Paolo Gentiloni. Questo organismo, di retrogusto extra-parlamentare, si riunirà – è stato annunciato – ogni giovedì a circa trecento metri da Palazzo Chigi, nel palazzo del Nazareno, nell’ufficio del ri-segretario del partito Matteo Renzi, da lui stesso presieduto e composto dai capigruppo del Pd alla Camera, Ettore Rosato, e del Senato, Luigi Zanda, dalla sottosegretaria alla presidenza del Consiglio, Maria Elena Boschi, e dalla ministra per i Rapporti con il parlamento, Anna Finocchiaro.

Compito di tal “comitato” sarà quello di indirizzare l’operato del governo e dei parlamentari e di vigilare sull’attuazione delle direttive che settimanalmente partorirà. Una sorta di “pilota” a distanza ravvicinata, che avrà il fiato sul collo di Gentiloni: ecco in  che cosa consiste quello che il ri-capo del Pd, nel suo discorso di reinsediamento, ha definito “sostegno al governo”.

Insomma, Renzi ha escogitato una strategia per dire chi sarà d’ora in poi il vero capo del governo, ma senza prendersene formalmente la responsabilità davanti agli italiani. Per cui se le cose vanno bene se ne assumerà il merito. E se dovessero andar male si arrogherà il diritto di criticarle e il vanto di demolirle, senza rimetterci la faccia. Come ha fatto quattro giorni fa con le norme sulla legittima difesa.

Dieci mesi di questo giochino e conta di arrivare alle elezioni guarito dallo scorno e dalle ammaccature del referendum, sul quale incautamente la faccia ce l’ha messa. E ce l’ha rimessa (con in più qualcos’altro).

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