ROTTAMAZIONE IN NOME DEL PADRE

di ENNIO SIMEONE – Ieri la notizia del giorno era che il dottor Tiziano Renzi, padre di Matteo, è stato interrogato a Roma per oltre 4 ore dai magistrati che indagano sugli appalti miliardari della CON.S.I.P. (acronimo di Concessionaria servizi informativi pubblici, in sostanza centrale nazionale per acquisti della pubblica amministrazione) per il sospetto che abbia potuto far valere il suo none, anzi il suo cognome, per influenzare l’assegnazione di uno o più appalti milionari della Consip, tra cui quello per il quale è indagato in regime di detenzione cautelare l’imprenditore partenopeo Alfredo Romeo. Ma poiché la notizia era stata largamente anticipata nei giorni scorsi, il titolo dei giornali cartacei e on line poteva essere incentrato o sulla durata, abbastanza lunga, dell’interrogatorio, oppure su ciò che ha detto l’avvocato di Tiziano Renzi all’uscita dal Tribunale e cioè che l’illustra imputato ha negato ogni addebito ed anzi ha avanzato il sospetto che l’impalcatura accusatoria si basi su un “abuso di cognome”, cioè sull’ipotesi che qualcuno abbia usato (a sua insaputa) il cognome Renzi come passepartout per agevolare gli ipotetici intrallazzi.

E invece quale è stato il titolo scelto dalla maggioranza dei giornali cartacei e on line e, ripetuti fino alla nausea, dei telegiornali? Eccolo “Se mio padre fosse colpevole merita il doppio della pena”. Cioè la frase ad effetto usata dal figlio dell’indagato, Matteo, nell’intervista “concessa” a Lilli Gruber per “Otto e mezzo” su La7 e registrata anticipatamente per poter far arrivare in tempo il provvidenziale flash con cui l’imbonitore, ex inquilino di Palazzo Chigi, ha seppellito l’attenzione sulla vicenda che riguarda non solo suo padre ma anche alcuni suoi amici della cordata toscana. Una frase che sarebbe finita tra le barzellette dei giornali satirici, se ancore ne esistessero.

Invece persino Beppe Grillo c’è cascato, scrivendo sul suo blog che “Renzi ha rottamato suo padre” e guadagnandosi immediatamente l’indignata reazione dell’ex capo del governo (“Non ti permettere!”). La frase pronunciata da Matteo Renzi enfaticamente in tv aveva un solo scopo: offrirla ai giornali e alle tv per rottamare l’inchiesta agli occhi dell’opinione pubblica. Insomma l’altra faccia dell’abuso di cognome: lo chiameremo  abuso di rottamazione, che somiglia all’abuso della credulità popolare, depenalizzato  (articolo 661 del codice penale) ad una ammenda. Che non sarebbe da addebitare al rottamatore, ma a chi ne ha diffuso la teatrale esibizione.

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