RomaEuropaFestival 2019/ “Des gestes blancs”: la relazione padre-figlio costruita nel ballo

di FEDERICO BETTA –

Vedere un bambino in scena è di per sé una cosa interessante? Se la struttura drammaturgica viene creata appositamente per un confronto tra un bambino di nove anni e un uomo, in questo caso proprio il padre, se si costruisce una relazione tra due età della vita, due pesi e due personalità, la risposta è sicuramente si.

E questo è proprio il caso di Des gestes blancs delicatissimo e geniale pas de deux di Naïf Production, formazione francese fondata da Sylvain Bouillet, Mathieu Desseigne-Ravel e Lucien Reynès. I tre acrobati cercano di sfidare la gravità costruendo singolari relazioni tra i loro corpi, con spettacoli dal vivo e avventure collettive pensate come paesaggi immaginari e gestuali basati sull’idea di disequilibrio, resistenza e sforzo.

Des gestes blancs comincia con gli interpreti seduti ad attendere l’entrata del pubblico, la scena è vuota, solo la panca su cui sono seduti e un piccolo sgabello, uno spazio libero che lascia ai due performer e al pubblico la possibilità di essere riempito con l’intensità della loro relazione e la potenza dell’immaginazione. L’uomo tiene in braccio il bambino, come a rassicurarlo, a proteggerlo, il bimbo ascolta una musica in cuffie e canticchia. Dopo il primo movimento comincia un duetto fatto di pesi e alternanze che si incontrano e si invertono continuamente: padre e figlio si rincorrono, si abbracciano, si sostengono, si copiano giocando, si fanno la guerra e a volte semplicemente si osservano.

Ognuno diviene specchio dell’altro, in scena scorre tutta la freschezza di giochi quotidiani che ci riportano alle regole base della relazione interpersonale e a gerarchie che vengono continuamente sovvertite. La vita è fatta da qualcuno che guida e qualcuno che segue, da qualcuno che ti impedisce di cadere e a volte ti lancia lontano, dalla necessità di essere una cosa sola e di prendersi i propri spazi.

Lo spettacolo, che ha la durata fulminea di circa mezz’ora, è un piccolo capolavoro dove il nostro sguardo e la nostra mente hanno la possibilità di perdersi e sognare. E se all’inizio vediamo un rapporto basato sulla relazione padre-figlio, man mano che lo spettacolo avanza, scorgiamo altre possibili relazioni, il bambino si fa eco e memoria del grande, l’uomo diviene una possibile proiezione del bimbo, l’adulto si specchia nelle paure e nelle ribellioni dell’infanzia e viceversa. L’atmosfera, pur non perdendo mai la sua intensissima concretezza fisica, diviene più onirica e lascia spazio a possibili associazioni e voli personali.

Molto interessante e potente il lavoro che viene fatto sulle musiche o meglio sui suoni che spesso sono un insieme di frasi che il bambino sembra ripetere o canticchiare tra sé e sé, un mondo interiore che fa da tappeto sonoro, tanto che quando arriva la musica di un piano e i due performer si rincorrono, la scena di colpo di apre e si crea uno dei momenti più alti e poetici dello spettacolo.

Non possiamo non sottolineare che tra il pubblico erano presenti anche alcuni bambini e bambine di varie età che sembra abbiano apprezzato il loro coetaneo e questa originale messa in scena di un legame tanto delicato come quello tra padre e figlio.

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