I Cinquestelle al bivio tra la strategia di Di Maio e il movimentismo di Di Battista (con l’incognita Grillo)

di SERGIO SIMEONE* – Alessandro Di Battista è sceso sul piede di guerra dopo le recenti votazioni: ha dichiarato che le elezioni regionali rappresentano una sconfitta storica per il movimento 5stelle ed ha aggiunto che il problema del Movimento non è né la leadership né le alleanze, ma la perdita dell’identità. Se la crisi dei 5 stelle è innegabile (anche se è prematuro parlare di dissolvimento) il problema, a parere del sottoscritto, sta proprio nella identità  originaria e non nella sua perdita.

Vediamo infatti i tratti salienti che lo hanno caratterizzato alla sua origine: onestà, trasparenza, ecologismo, democrazia diretta digitale contrapposta alla democrazia rappresentativa, lotta alla povertà,  diffidenza per l’Europa. Questi valori, secondo i fondatori, andavano praticati con la massima intransigenza. Chi li avesse trasgrediti o anche solo minacciato di trasgredire sarebbe stato espulso dal movimento.

Corollario: nessuna alleanza  era possibile con gli altri partiti, tutti accusati di essere rappresentanti di un vecchio modo di far politica in cui trovavano largo spazio corruzione e forme di rapporti con gli iscritti e gli elettori non democratiche. Ed effettivamente questi valori sono stati praticati con una intransigenza che inducevano ad immaginare alla testa del Movimento un novello Robespierre in salsa italiana.

Qualche esempio: Pizzarotti, sindaco di Parma, riceve un avviso di garanzia e non lo comunica tempestivamente al Movimento. Fuori (anche se poi risulterà innocentissimo). Grandi eventi come le Olimpiadi invernali o grandi opere?  Non sia mai, certamente si infiltreranno mafie ed appaltatori corrotti e corruttori. Bersani dopo le elezioni del 2013 chiede un incontro per un possibile dialogo con i 5 stelle? Si può fare solo in streaming (per garantire una trasparenza sui contenuti dell’incontro, ma anche perché così sarà più facile sbeffeggiarlo davanti agli italiani additandolo come esponente dell’establishment). E via via, in nome dell’ecologia, niente TAV, niente TAP e smantellamento dell’ILVA di Taranto.

Questa linea intransigente, però fa sì che il Movimento 5 stelle, dopo aver vinto le elezioni ed aver iniziato a governare con la Lega (con la quale ha stipulato un contratto – non un’alleanza, per carità! –  venga percepito dalla pubblica opinione come il partito dei no anche a costo di bloccare qualsiasi attività, lasciando alla Lega il modo di presentarsi come il partito del fare (e non solo come diga contro l”invasione” dei migranti), rubando rapidamente consensi all’alleato. Anche quando il Movimento consegue un innegabile importante successo come il reddito di cittadinanza, questo viene svilito, non tanto dalla scoperta se lo accaparrano anche i furbi che ne godono pur non avendone diritto,  quanto dalla constatazione che, da strumento destinato anche a creare occupazione, si ferma al livello di misura meramente assistenziale.

Di Maio capisce che la difesa rigida e dogmatica  dei  principi si scontra con la realtà effettuale (per dirla col Machiavelli) e comincia ad adottare comportamenti più flessibili:  passa dal giustizialismo al garantismo, sigla un accordo per salvare l’ILVA di Taranto e i posti di lavoro, non si oppone più alla prosecuzione dei lavori per la TAV Lione-Torino, né al TAP, comincia a sganciarsi dalla piattaforma Rousseau, sigla con il Pd non più un contratto, ma un’alleanza.

Questa svolta pragmatica (inevitabile) viene però percepita da molti (dentro e fuori del Movimento) come un tradimento dei principi fondativi. Di qui la perdita di consensi alle elezioni e le turbolenze interne. Ma a questo punto sorge il dilemma: seguire Di Battista (il che vuol dire condannarsi all’opposizione perpetua, unica possibilità compatibile con la conservazione della identità originaria) o seguire Di Maio e il suo progetto di fare dei 5 stelle un vero partito di governo (liberandosi dalle ultime scorie ideologiche come la opposizione al MES  ed il rifiuto ad allearsi strutturalmente con il Pd percepito ancora da molti grillini come “ impuro”).

Riuscirà ad uscire indenne da questo dilemma o ne rimarrà frantumato?

*Sergio Simeone, docente di Storia e Filosofia, è stato anche dirigente del Sindacato Scuola Cigil

PS – Non giova molto all’evoluzione dei 5 stelle l’ultima, estemporanea, uscita di Grillo. Che ha riproposto l’idea di scegliere i parlamentari mediante sorteggio. Idea che offre, tra l’altro, argomenti, anche se non più utilizzabili, a chi ha votato no al referendum sul taglio dei parlamentari.

 

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