ORA DI PUNTA

La squadra

del cuore

di Stefano Clerici

Era prevedibile e naturale che Matteo Renzi commentasse come ha commentato i risultati delle elezioni regionali in Emila-Romagna e in Calabria. Mettendo fortemente l'accento sull'esito finale del voto ("Negli ultimi otto mesi ci sono state cinque elezioni regionali, che il mio partito ha vinto 5 a 0") e facendo invece spallucce sul devastante astensionismo ("La non grande affluenza è un elemento che deve preoccupare ma che è secondario"). Perché se avesse voluto soffermarsi sulle cifre assolute del consenso avrebbe dovuto riconoscere che il "suo" Pd ha subito una micidiale emorragia di voti, come mai avvenuta a memoria d'uomo: dimezzati rispetto alle precedenti regionali e finanche rispetto al mitico risultato delle ultime europee. E avrebbe dovuto anche riconoscere, il prode Matteo, che la sua ostinata volontà di rottamare tutto e tutti, di cambiare pelle e perfino storia a decenni di tradizione democratica, non può essere un'operazione indolore. Ma tant'è.
Matteo Renzi sta tentando un'acrobazia che neppure uno statista del calibro e del peso di Aldo Moro, con le sue "convergenze parallele", avrebbe mai osato pensare: sta dando vita a un partito democristiano collocato nell'area del socialismo europeo. Quella di schierare finalmente il Pd nella famiglia del Pse - cancellando con un deciso tratto di penna i mille ostacoli ideologici frapposti per anni dai miopi esponenti dell'ex Margherita - è stata una mossa tanto coraggiosa quanto astuta. Mai colpevolmente portata a termine dagli eredi della sinistra democratica. I fu democristiani avevano tanta paura di doversi infilare la "camicia rossa"? Bene, ha pensato la Volpe fiorentina, noi entriamo lo stesso nella casa "rossa" (che in verità è solo un rosa pallido) e poi ci vestiamo tutti di bianco. Biancofiore. Geniale, non c'è che dire.
Lui potrà pure vincere 5 a zero, ma non può pretendere di riempire lo stadio, se per molti tifosi quella che lui mette in campo non è più la squadra del cuore.

  Martedì 25 Novembre 2014
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Il nucleare, bocciato dal referendum, continua a preoccupare

Il referendum del giugno scorso ha bloccato il tentativo del governo Berlusconi di tornare al nucleare, in Italia. Oggi sappiamo che i reattori francesi Epr che avremmo dovuto costruire in Italia (almeno 4) sono troppo costosi. La Corte dei Conti della Francia, che li costruisce e che ha provato a rifilarli all’Italia, riconosce che costano troppo.  La Corte dei Conti francese ha così reso evidente che gli Epr sono impianti costosissimi, al punto che rendono non conveniente produrre elettricità. Inoltre la Corte dei Conti francese afferma che per mettere in sicurezza (si fa per dire) e mantenere in servizio gli impianti nucleari già esistenti in Francia occorreranno altre risorse ingenti. La Corte dei Conti francese ha indicato due sole possibilità per proseguire l’avventura nucleare in Francia: la prima è quella di allungare la vita delle centrali nucleari esistenti a 60 anni, la seconda è un massiccio investimento nelle energie da fonti rinnovabili. Ovviamente la Corte dei conti francese affronta solo l’aspetto dei costi e non si esprime sulla possibilità di raddoppiare la vita degli impianti nucleari esistenti in piena sicurezza, anche se deve avere parecchi dubbi visto che ritiene necessari ingenti investimenti per adeguare - dopo l’incidente di Fukushima - gli impianti nucleari esistenti.

Gli stress-test sulle centrali nucleari esistenti, di cui si era parlato dopo l’incidente di Fukushima, si stanno rivelando fin troppo blandi. L’impegno alle verifiche è stato preso più per rassicurare l’opinione pubblica nella fase di massimo allarme che per fare un serio esame delle condizioni delle centrali nucleari in Europa. L’Aiea ha dovuto inviare in Giappone i suoi tecnici perché l’opinione pubblica non si fida dei controlli del Governo sulle centrali nucleari dopo Fukushima. Il programma per le prossime presidenziali del socialista Hollande prevede un ripensamento francese sul nucleare e pone con forza l’accento sullo sviluppo delle energie da fonti rinnovabili.

Quindi è ormai affermato da più parti che gli investimenti nel nucleare civile sono talmente ingenti da renderli non convenienti. Dunque l’Italia stava per cadere in una trappola finanziaria che avrebbe gravato pesantemente sulla situazione economica. Senza dimenticare che il primo problema resta quello della sicurezza e su questo piano le cose non vanno affatto bene. Anche se non se ne parla quasi più l’area di sicurezza in Giappone resta deserta, così i rischi nelle aree circostanti e non c’è la messa in sicurezza delle centrali di Fukushima e degli altri siti. L’Italia con il risultato del referendum di giugno ha quindi evitato sia un enorme danno economico che i rischi relativi al nucleare.

Tuttavia restano aperti 2 problemi molto seri anche dopo il referendum. In Europa ci sono ancora molte centrali nucleari e èer di più forti poteri economici e finanziari spingeranno per riprendere gli investimenti nel nucleare. In fondo anche il neo ministro Clini ha fatto all’inizio dichiarazioni improvvide sul nucleare, poi smentite secondo tradizione. Va chiarito che questo governo è nell’impossibilità di riprendere oggi il discorso perché dopo un referendum vittorioso la pausa legislativa è imposta almeno fino alla fine della legislatura.

Bene ha fatto invece il governo a chiudere l’Agenzia per la sicurezza nucleare. In verità ha sciolto l’intenzione di costituirla perchè l’Agenzia era di fatto inesistente. Tuttavia un problema di sicurezza nucleare esiste perché il rischio di incidenti in Europa resta e perché parte della medicina usa questi mezzi anche in Italia. Quindi andrebbe chiarito con precisione chi se ne occupa, con quali compiti e con quali mezzi. Ispra ? Può essere un’idea. L’importante è decidere perché il vuoto in una materia così delicata non è ammissibile.

Anche un orizzonte europeo è necessario. Non basta nel nucleare essere padroni a casa propria. Il “condominio” europeo ci obbliga a porre il problema del superamento del nucleare a livello europeo. Del resto quando l’Europa si è preoccupata per le deplorevoli condizioni di sicurezza di una centrale in un paese baltico ha aiutato il suo smantellamento con cospicui finanziamenti. Una decisione europea sul nucleare è necessaria, anche graduale, anche ragionevole, ma non si possono lasciare le cose come stanno. Con paesi come la Germania che decidono di chiudere con questa avventura pericolosa e altri che invece pensano di proseguire. Un’Europa senza nucleare è un obiettivo che è la logica conseguenza del nostro referendum abrogativo e in questo caso le condizioni politiche in Europa potrebbero evolvere in modo interessante, ora che anche in Francia c’è il tarlo del dubbio e perfino la convenienza economica non c’è, come ha dimostrato la Corte dei conti francese.

L’altro aspetto su cui non si può avere disattenzione è la questioni dei rifiuti nucleari. L’articolo 24 del decreto del Governo Monti prevede una normativa inaccettabile. Anzitutto prevede che la Sogin, con la sola approvazione del ministero, si occupi dello smantellamento degli impianti dismessi e della soluzione della custodia delle scorie saltando verifiche e controlli. C’è poco da semplificare, il rischio concreto è che la Sogin decida sopra la testa delle popolazioni interessate, dei Comuni e delle Regioni.

Il Senato deve modificare profondamente l’articolo 24. Meglio ancora se venisse tolto per lasciare il passo ad una proposta legislativa discussa con il tempo necessario. Che cosa c’entra l’emergenza finanziaria con l’eliminazione delle procedure di garanzia sulla sicurezza e sul rispetto dell’ambiente? Questa è una forzatura, contro lo spirito del referendum del giugno scorso e contro i poteri locali, nonché contro il diritto dei cittadini ad essere informati su quanto riguarda la loro salute, la loro stessa esistenza.

Alfiero Grandi

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