ORA DI PUNTA

Repubblica

parlamentare!

Ma davvero?

di Ennio Simeone

Nella polemica con Matteo Renzi il segretario della Fiom, Maurizio Landini,  tra tanti argomenti  giusti e pienamente condivisibili, ne ha usato uno improprio: “Non è stato eletto” alla carica che ricopre. È lo stesso argomento adoperato frequentemente anche da esponenti dell’opposizione, che Renzi non ha mai rintuzzato ma che questa volta, a un uomo di sinistra, non ha lasciato passare liscio. E ha replicato: “Ricordo che l'Italia è una Repubblica parlamentare e che è il Parlamento ad assicurare la fiducia al governo".

Renzi ha ragione di richiamarsi alla Costituzione. Nella quale è scritto, infatti, che il presidente della Repubblica affida a un cittadino che ne abbia i requisiti (ma non necessariamente eletto dai cittadini) l’incarico di presidente del Consiglio con il mandato di proporgli una lista di ministri per la formazione di un governo che potrà entrare in funzione solo dopo aver  ricevuto l’investitura dal voto di fiducia delle due Camere. 

Ma è facile rinfacciargli che da quando, un anno fa, ha ottenuto il voto di fiducia Renzi ne ha chiesti un’altra quarantina per far approvare, senza discussioni o quasi, leggi e decreti che non al governo ma al parlamento spetterebbe fare. E la presidente Boldrini si è preso qualche insulto per averlo ricordato, sia pur con molto (troppo) garbo.

Insomma, che l’Italia è una repubblica parlamentare, Renzi se ne ricorda solo quando gli fa comodo. Per il resto considera le Camere un intralcio, come Berlusconi. E non gli basta eliminarne (o quasi) una: vuole che anche quella che rimane sia composta in maggioranza da nominati da lui. Il guaio è che nemmeno la sinistra del suo partito fa ciò che dovrebbe per ricordarglielo.

 

  Mercoledì 25 Febbraio 2015
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Il nucleare, bocciato dal referendum, continua a preoccupare

Il referendum del giugno scorso ha bloccato il tentativo del governo Berlusconi di tornare al nucleare, in Italia. Oggi sappiamo che i reattori francesi Epr che avremmo dovuto costruire in Italia (almeno 4) sono troppo costosi. La Corte dei Conti della Francia, che li costruisce e che ha provato a rifilarli all’Italia, riconosce che costano troppo.  La Corte dei Conti francese ha così reso evidente che gli Epr sono impianti costosissimi, al punto che rendono non conveniente produrre elettricità. Inoltre la Corte dei Conti francese afferma che per mettere in sicurezza (si fa per dire) e mantenere in servizio gli impianti nucleari già esistenti in Francia occorreranno altre risorse ingenti. La Corte dei Conti francese ha indicato due sole possibilità per proseguire l’avventura nucleare in Francia: la prima è quella di allungare la vita delle centrali nucleari esistenti a 60 anni, la seconda è un massiccio investimento nelle energie da fonti rinnovabili. Ovviamente la Corte dei conti francese affronta solo l’aspetto dei costi e non si esprime sulla possibilità di raddoppiare la vita degli impianti nucleari esistenti in piena sicurezza, anche se deve avere parecchi dubbi visto che ritiene necessari ingenti investimenti per adeguare - dopo l’incidente di Fukushima - gli impianti nucleari esistenti.

Gli stress-test sulle centrali nucleari esistenti, di cui si era parlato dopo l’incidente di Fukushima, si stanno rivelando fin troppo blandi. L’impegno alle verifiche è stato preso più per rassicurare l’opinione pubblica nella fase di massimo allarme che per fare un serio esame delle condizioni delle centrali nucleari in Europa. L’Aiea ha dovuto inviare in Giappone i suoi tecnici perché l’opinione pubblica non si fida dei controlli del Governo sulle centrali nucleari dopo Fukushima. Il programma per le prossime presidenziali del socialista Hollande prevede un ripensamento francese sul nucleare e pone con forza l’accento sullo sviluppo delle energie da fonti rinnovabili.

Quindi è ormai affermato da più parti che gli investimenti nel nucleare civile sono talmente ingenti da renderli non convenienti. Dunque l’Italia stava per cadere in una trappola finanziaria che avrebbe gravato pesantemente sulla situazione economica. Senza dimenticare che il primo problema resta quello della sicurezza e su questo piano le cose non vanno affatto bene. Anche se non se ne parla quasi più l’area di sicurezza in Giappone resta deserta, così i rischi nelle aree circostanti e non c’è la messa in sicurezza delle centrali di Fukushima e degli altri siti. L’Italia con il risultato del referendum di giugno ha quindi evitato sia un enorme danno economico che i rischi relativi al nucleare.

Tuttavia restano aperti 2 problemi molto seri anche dopo il referendum. In Europa ci sono ancora molte centrali nucleari e èer di più forti poteri economici e finanziari spingeranno per riprendere gli investimenti nel nucleare. In fondo anche il neo ministro Clini ha fatto all’inizio dichiarazioni improvvide sul nucleare, poi smentite secondo tradizione. Va chiarito che questo governo è nell’impossibilità di riprendere oggi il discorso perché dopo un referendum vittorioso la pausa legislativa è imposta almeno fino alla fine della legislatura.

Bene ha fatto invece il governo a chiudere l’Agenzia per la sicurezza nucleare. In verità ha sciolto l’intenzione di costituirla perchè l’Agenzia era di fatto inesistente. Tuttavia un problema di sicurezza nucleare esiste perché il rischio di incidenti in Europa resta e perché parte della medicina usa questi mezzi anche in Italia. Quindi andrebbe chiarito con precisione chi se ne occupa, con quali compiti e con quali mezzi. Ispra ? Può essere un’idea. L’importante è decidere perché il vuoto in una materia così delicata non è ammissibile.

Anche un orizzonte europeo è necessario. Non basta nel nucleare essere padroni a casa propria. Il “condominio” europeo ci obbliga a porre il problema del superamento del nucleare a livello europeo. Del resto quando l’Europa si è preoccupata per le deplorevoli condizioni di sicurezza di una centrale in un paese baltico ha aiutato il suo smantellamento con cospicui finanziamenti. Una decisione europea sul nucleare è necessaria, anche graduale, anche ragionevole, ma non si possono lasciare le cose come stanno. Con paesi come la Germania che decidono di chiudere con questa avventura pericolosa e altri che invece pensano di proseguire. Un’Europa senza nucleare è un obiettivo che è la logica conseguenza del nostro referendum abrogativo e in questo caso le condizioni politiche in Europa potrebbero evolvere in modo interessante, ora che anche in Francia c’è il tarlo del dubbio e perfino la convenienza economica non c’è, come ha dimostrato la Corte dei conti francese.

L’altro aspetto su cui non si può avere disattenzione è la questioni dei rifiuti nucleari. L’articolo 24 del decreto del Governo Monti prevede una normativa inaccettabile. Anzitutto prevede che la Sogin, con la sola approvazione del ministero, si occupi dello smantellamento degli impianti dismessi e della soluzione della custodia delle scorie saltando verifiche e controlli. C’è poco da semplificare, il rischio concreto è che la Sogin decida sopra la testa delle popolazioni interessate, dei Comuni e delle Regioni.

Il Senato deve modificare profondamente l’articolo 24. Meglio ancora se venisse tolto per lasciare il passo ad una proposta legislativa discussa con il tempo necessario. Che cosa c’entra l’emergenza finanziaria con l’eliminazione delle procedure di garanzia sulla sicurezza e sul rispetto dell’ambiente? Questa è una forzatura, contro lo spirito del referendum del giugno scorso e contro i poteri locali, nonché contro il diritto dei cittadini ad essere informati su quanto riguarda la loro salute, la loro stessa esistenza.

Alfiero Grandi

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