ORA DI PUNTA

Il parto

del Nazareno

di Stefano  Clerici

Ora non ci sono più dubbi. E' nato un nuovo partito: il partito dei Demoforzisti. E non è un partito di poco conto. E' il partito che ha la maggioranza in Parlamento e che - senza investitura popolare ma figlio dei più machiavellici giochi di potere - governa oggi questo nostro martoriato paese. Dopo il concepimento contro natura avvenuto nelle stanze di largo del Nazareno, la mostruosa creatura ha visto la luce ieri nell'aula del Senato quando, con il pregiudicato Berlusconi e lo spregiudicato Renzi a far da levatrici, per dare il via libera alla nuova legge elettorale, i "nominati" nelle liste del Pd hanno volontariamente unito il proprio voto ai "nominati" di Forza Italia, spazzando via ogni minoranza dissenziente.

Illuminante il commento di Roberto Calderoli, senatore della Lega nonché padre del famigerato "Porcellum": "Si è certificata la nascita di una nuova maggioranza e il ritorno, a pieno titolo, al governo del paese di Silvio Berlusconi che usa Renzi come terminale delle volontà sue e di Verdini". Identica analisi dei Cinque Stelle: "Il Patto del Nazareno è ormai un partito politico, Silvio Berlusconi ne è il leader, di fatto riabilitato nonostante la condanna, e oggi governa nuovamente il paese". A suggellare l'avvenimento, le entusiastiche parole di Paolo Romani, capogruppo di Forza Italia al Senato: "Cambia il quadro politico italiano. Renzi non può più fare a meno di noi".

A questo punto è dolorosamente chiaro che con la sua furia iconoclasta Matteo Renzi è riuscito a rottamare non solo la vecchia dirigenza del Pd, ma l'intero Pd, la sua storia, i suoi valori, la sua identità. Ed è altrettanto chiaro che l'ex Cavaliere ha finalmente trovato il suo degno delfino.

  Mercoledì 21 Gennaio 2015
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Respinta la richiesta della Procura di Napoli per 309 a 298

Una parte dei leghisti e i sei radicali

col Pdl salvano dall'arresto Cosentino

nicola_cosentinoMaroni contesta Bossi, assentatosi dal voto dopo aver lasciato "libertà di coscienza" ai suoi ed è bufera nel Carroccio. Il parlamentare berlusconiano dimissionario dalla carica di coordinatore del Pdl in Campania

Redazione

Grazie al voto di una parte dei deputati della Lega e dei 6 radicali, unitamente ai deputati del Pdl e qualche franco tiratore dei gruppi centristi e di centrosinistra, la Camera ha negato l'autorizzazione all'arresto di Nicola Cosentino, ex sottosegretario del governo Berlusconi e coordinatore campano del Pdl (carica dalla quale si è dimesso subito dopo il voto, come aveva preannunciato), indagato per rapporti con i camorristi casalesi. Contro l'arresto si sono espressi 309 deputati, a favore 298. Nessuno si è astenuto. La Giunta per le Autorizzazioni si era espressa a favore dell'arresto. La votazione si è svolto, su richiesta del Pdl,  a scrutinio segreto. Il leader della Lega Umberto Bossi non ha partecipato al voto sull'arresto per Cosentino. In base ai tabulati sono stati 18 i deputati che non hanno votato (8 Pdl, 2 Pd, 2 Lega, 1 Udc). Non appena il presidente della Camera ha letto il risultato del no dell'Aula alla richiesta d'arresto, tutti i deputati del PdL sono scattati in piedi e si sono diretti al posto di Nicola Cosentino per abbracciarlo e congratularsi con lui. Lungo è stato l'abbraccio tra lui e Alfonso Papa. Ma saluti e strette di mano sono arrivati da tutti gli altri colleghi di partito. Silvio Berlusconi, invece, è rimasto seduto al suo posto.

"Per me è un errore politico, ma ovviamente è legittimo" il voto dell'Aula, ha commentato il leader dell'Udc, Pierferdinando Casini. Poi Berlusconi ha detto la sua:''Ero convinto che questa sarebbe stata la decisione del Parlamento che non poteva rinunciare alla tutela di se stesso. E' una decisione giusta, in linea con la Costituzione''. 

Invece Maroni ha dichiarato: "Non ho condiviso la posizione di lasciare libertà di voto. Io ero favorevole all'arresto. Ma non c'è nessun disaccordo con Bossi''. 

Il caso Malinconico. Il salvataggio di Cosentino avviene due giorni dopo che il sottosegretario Carlo Malinconico ha presentato le dimissioni dall'incarico di governo dopo un faccia a faccia con Mario Monti. Benché sia finito nella bufera per una faccenda di 4 anni fa e benché abbia sostenuto di non aver mercanteggiato favori, il sottosegretario all'editoria è stato invitato dal presidente del Consiglio a lasciare immediatamente l'incarico di governo, anche "per potersi meglio difendere in tutte le sedi". Un diverso comportamento avrebbe gettato un'ombra sullo stile di correttezza istituzionale che il governo Monti intende affermare. Si dà il caso che contemporaneamente la giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera si sia trovata a discutere di un altro caso - per carità: del tutto diverso per gravità e natura - e cioè quello dell'ex sottosegretario Nicola Cosentino, coordinatore del Pdl in Campania, accusato dai magistrati di Napoli di collusioni con il clan dei Casalesi, reato per il quale hanno chiesto al parlamento l'autorizzazione ad arrestarlo. Qui le cose sono andate un po' diversamente: solo per 1 voto di scarto (11 a 10) è stata bocciata la relazione del relatore Paniz (Pdl) che proponeva di negare l'autorizzazione all'arresto, a favore della quale si sono pronunciati Pd, Terzo polo, Idv e Lega, mentre il radicale, per motivi di principio a prescindere dal merito, si allineato al Pdl. 

Il Caso Malinconico. Il sottosegretario Carlo Malinconico - al quale ovviamente, nel comunicato ufficiale, Monti ha espresso "apprezzamento per il senso di responsabilità dimostrato" formalizzando le dimissioni - era assurto agli onori delle cronache di queste ultime ore perché è risultato di essere stato ospite in un lussuoso albergo dell'Argentario 4 anni fa dell'imprenditore Francesco De Vito Piscicelli, indagato nell'ambito dell'inchiesta sugli appalti del G8 durante la quale venne fuori un'intercettazione telefonica in cui commentava con una risata compiaciuta la notizia del terremoto in Abruzzo. Malinconico, allora funzionario di Palazzo Chigi, secondo un rapporto dei Ros, usufruì di quel soggiorno per un valore di quasi 20 mila euro. Il sottosegretario dimissionario ha ammesso di avere usufruito della ospitalità in quell'albergo, ma ha sostenuto due cose: la prima è che non aveva fatto alcun favore a Piscitelli, la seconda è che solo ora ha saputo che era stato costui a pagare mentre era convinto che fosse stato l'allora sovrintendente alle alle Opere pubbliche Balducci. Insomma una giustificazione, fatte le debite proporzioni, in stile Scajola: "ospite a sua insaputa", come anche "a sua insaputa" si era trovato proprietario dell'appartamento con vista sul Colosseo l'ex ministro e fondatore di Forza Italia.   

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