ORA DI PUNTA

Futuro

remoto

di Ennio Simeone

Durante i tre giorni della Leopolda Matteo Renzi si è riempita la bocca di "futuro", aggiornando e amplificando attraverso le televisioni, le radio, i siti web e i giornali la linea della "rottamazione" e facendola diventare  ancora più devastante: un muro tra "buoni" e "cattivi", tra "vecchio" e "nuovo", tra "innovatori" e "conservatori", tra "gufi" e "colombe", addirittura tra "chi difende il posto di lavoro" e chi "crea i posti di lavoro".  Sono slogan che continueremo a sentirci ripetere ancora per giorni nelle già programmate interviste "a seguire", sempre senza altri interlocutori che non siano giornalisti proni davanti al "piacione": niente domande scomode, niente contestazioni, niente contraddittori. 

Già, ma quale futuro ha preannunciato Renzi ai giovani nella "crescita" che lui prevede? Un un futuro di precarietà: "Il mondo è cambiato - ha detto, a conclusione dei 52+52 "tavoli" nei quali ha messo a discutere i suoi ospiti nella kermesse tenutasi nella vecchia stazione di Firenze - Il posto fisso non c'è più". E' il suo argomento a sostengo dell'abolizione dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, che non c'entra nulla con "il posto fisso", che non esiste più per il semplice motivo che le aziende non assumono o licenziano perché chiudono per il calo della produzione dovuto alla mancanza di mercato interno. E in questi casi non c'è articolo 18 che tenga. Ma lui sostiene che è lo Stato a doversi "prendere cura" di coloro che perdono il posto di lavoro. Ottima prospettiva. Ma con quali soldi? La risposta è comodamente lasciata al… "futuro". 

Infine Renzi si è abbandonato alla ironia ad effetto contro il "vecchio", che ha raffigurato così: "Nel 2014 aggrapparsi ad una norma del 1970 che la sinistra di allora non votò è come prendere un iPhone e dire dove metto il gettone del telefono? O una macchina digitale e metterci il rullino. E' finita l'Italia del rullino". Ora siamo nell'Italia del rullo compressore.

 

  Mercoledì 29 Ottobre 2014
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Processo Saras: a Cagliari condannati in tre

Tre imputati condanne per omicidio colposo e due assoluzioni. Esclusa la responsabilità amministrativa della Saras e del suo rappresentante legale Gian Marco Moratti. Questa la sentenza del Tribunale di Cagliari per la morte di tre operai nella raffineria di Sarroch il 26 maggio 2009 durante un intervento di manutenzione. La Saras in precedenza aveva pagato un risarcimento di cinque milioni di euro alle famiglie delle vittime. Il giudice ha accolto solo parzialmente le richieste dei pubblici ministeri condannando a due anni Guido Grosso, 43enne di Cagliari, direttore dello stabilimento (indagato successivamente anche per il recente infortunio mortale costato la vita a un operaio di una ditta d'appalto siciliana, l'11 febbraio scorso), Francesco Ledda, 45 anni, rappresentante legale della CoMeSa di Sarroch, la ditta per la quale lavoravano le tre vittime, e Dario Scaffardi, 53 anni, di Milano, direttore generale della Saras.

Assolti i 52enni di Quartu, Antonello Atzori, responsabile dell'area in cui morirono gli operai, e Antioco Mario Gregu, direttore delle operazioni industriali. Erano tutti accusati di omicidio colposo. Nessuna sanzione come detto per la Saras, chiamata in causa attraverso il suo legale rappresentante Gian Marco Moratti: non dovrà pagare la sanzione di 800mila euro chiesta dai magistrati applicando la recente norma sulla responsabilità amministrativa. All’esterno del Tribunale ad attendere la sentenza: un presidio del sindacato Fiom.

La storia. Il 26 maggio 2009 nello stabilimento che si trova a circa 20 chilometri da Cagliari, persero la vita tre operai della ditta d'appalto CoMeSa srl. Bruno Muntoni, 58 anni, Daniele Melis e Pierluigi Solinas, entrambi di 30, rimasero intossicati dalle esalazioni mentre effettuavano lavori di manutenzione e bonifica di un serbatoio durante una delle fermate programmate dell'impianto.

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