ORA DI PUNTA

Olimpiadi

al Tar

di Ennio Simeone

Come al solito, le sortite di Matteo Renzi dividono l'opinione pubblica. E' accaduto puntualmente anche con il trionfale annuncio che intende candidare l'Italia ad ospitare le Olimpiadi del 2024. C'è chi ha detto che si tratta di una trovata propagandistica per invertire la parabola calante della sua popolarità; c'è chi invece è convinto che ha fatto bene perché  così può infondere ottimismo nel popolo sfiduciato prospettandogli  un futuro di allori sportivi e di lavori pubblici  e al tempo stesso rottamare ulteriormente nella memoria del popolo il governo Monti, che rinunciò a candidare il nostro paese alle Olimpiadi del 2016.

Ci asteniamo dall'entrare nella disputa tra le due correnti di pensiero, ma non possiamo non segnalare la stravagante iniziativa del Codacons (battagliera organizzazione in difesa dei consumatori), che annuncia l'intenzione di impugnare davanti al Tar (Tribunale amministrativo del Lazio, noto per alcune sue altrettanto stravaganti sentenze) "qualsiasi provvedimento volto a candidare Roma alle Olimpiadi del 2014, perché Roma - afferma - è una città assolutamente inadatta ad ospitare eventi di tale portata, e la prova di ciò chiunque la può leggere girando per la capitale: opere incompiute costate miliardi di euro alla collettività come la Vela di Calatrava a Tor Vergata o la Nuvola di Fuksas all’Eur; buche stradali che si riaprono ad ogni poggia; montagne di rifiuti che invadono le strade; trasporti pubblici insufficienti e inefficienti; sporcizia presente in centro come in periferia; microcriminalità dilagante. Solo dopo che saranno risolti i tanti, gravi e cronici problemi della capitale - è la conclusione del Codacons - si potrà pensare ad una eventuale candidatura per le Olimpiadi” ". 

Insomma, “più che una candidatura sembra una presa in giro",  sostiene il suo presidente. Il quale ha solo una "i" più del premier: si chiama Rienzi. 

  Martedì 16 Dicembre 2014
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Esce allo scoperto l'autore della scritta del Pigneto

scrittaUna scritta uguale a quella situata all'ingresso del lager di Auschwitz, "Arbeit macht frei", ma in linqua inglese, è apparsa ieri mattina a Roma, nel quartiere Pigneto. La raccapricciante insegna è stata realizzata nella stessa grafica e con lo stesso materiale di quella del campo di concentramento di Auschwitz che recita 'Il lavoro rende liberi', nella versione inglese 'Work will make you free'. La scritta è stata poi dissaldata e rimossa in seguito all'intervento della polizia. Sul ponticello è invece affisso uno striscione con la scritta "Basta morire uccisi dal lavoro e dall'indifferenza - Comitato no morti lavoro" con quattro stelle a cinque punte.  

Dopo la condanna da parte delle istituzioni, l'autore dell'opera è uscito allo scoperto con un'intervista al Fatto quotidiano. Ha spiegato che non si tratta di un'apologia dell'Olocausto, ma solo di una provocazione per dire che la nostra società è un enorme campo di concentramento. Per lui voleva essere una sorta di monito. Come a dire: «Attenti a questa deriva, rischiamo tutti di perdere le normali condizioni di vita». Ha 32 anni, è lucano, è un precario: insegna grafica e fa corsi di formazione ai disoccupati. Per arrivare a mille euro al mese, deve sudare, 350 vanno per una stanza in affitto. Nessun orientamento politico denunciato, men che meno simpatie naziste. L'idea gli era venuta un anno fa e poi ha decantato prima della realizzazione. Insegna tonda non come l'originale, ma «come quelle del Luna Park» fa notare, in inglese e non in tedesco: «Per alleggerire» sottolinea e affinché «tutti la potessero capire, anche i turisti». Il fatto che sia apparsa il 25 aprile, assicura che è stato solo un caso: avrebbe voluto farlo la scorsa settimana, ma per problemi tecnici è apparsa il giorno della Liberazione. Chiede scusa alle famiglie delle vittime dell'olocausto se non volendo le ha offese. Assicura il massimo rispetto. Parla di un dovere dell'arte: sollevare problemi e suscitare dibattiti. 

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