Imma Battaglia presidente di Dì gay project. “Altre trans sanno sul caso Marrazzo ma stanno zitte per paura”

23 novembre 2009

«È un giro ristretto, altre trans sanno sul caso Marrazzo ma stanno zitte perchè hanno paura di fare la stessa fine di Brenda. Noi le invitiamo a parlare senza timore perchè la verità eviterà altre vittime e perchè, come ci è stato assicurato durante l’incontro, chi testimonia e denuncia il giro di sfruttamento nel quale è implicata sarà inserita in un programma di protezione sotto responsabilità della magistratura con assoluta riservatezza, e in un programma di inserimento sociale, e otterrà un permesso di soggiorno per ragioni di giustizia». Lo ha detto Imma Battaglia presidente di ‘Dì gay project’ a margine dell’incontro nella questura di Roma, fra le associzioni gay e trans e il capo della squadra mobile capitolina Vittorio Rizzi. «La situazione delle trans -ha aggiunto Battaglia- è peggiorata anche fuori dal giro dello sfruttamento, dopo il caso Marrazzo. Sono stati vanificati anni di lotte». «Le trans collaborino con la magistratura – ha detto la presidente dell’associazione ‘Libellula Leila Daianis – la legge sull’immigrazione dà la possibilità di collaborare contro lo sfruttamento e così entrare in un percorso sociale che fa uscire dal vicolo cieco. L’Italia è un paese molto civile perchè garantisce questa possibilità. Ce n’è anche un’altra attraverso la collaborazione è possibile avere un permesso di soggiorno legato a esigenze di giustizia. La comunità trans non abbia paura, non cerchi celebrità e sia sincera. Ci sono state molte bugie in questa storia -ha concluso Daianis- le trans hanno paura, hanno bisogno di inserimento sociale. Dietro c’è un giro di sfruttamento molto grande».

C’era un accendino dentro la casa di Brenda, questo elemento è accertato dagli inquirenti. L’hanno trovato sulla scena del “delitto”, se delitto c’è stato. Ma questo non basta a spiegare come si sia potuto provocare l’incendio. Per questo rimangono ancora aperte le due piste: omicidio volontario o incidente, causato da un’altra persona. Intanto gli inquirenti sono riusciti a ricostruire le ultime ore di vita di Brenda. Alle 2,30 circa ha finito di “battere” vicino al bowling dell’Acqua acetosa e si è fatta accompagnare a casa da un tassista, che la ricorda chiaramente perché lei gli avrebbe detto: “Ma non mi riconosci? Sono quella di Marrazzo”. In realtà, Brenda non si fa accompagnare a casa, ma da un’amica trans, dove prende la ricetta del Minias, un potente barbiturico che usa per dormire (Barbara appunto ci aveva raccontato di averla vista da un’amica per prendere le “goccine”). Verso le 3 un farmacista le consegna una boccetta di farmaco, che poi viene ritrovata svuotata nel monolocale di Brenda. Il mix di farmaci e alcol (sono state trovate tre bottiglie di whysky nella stanza) potrebbero spiegare come mai Brenda non si fosse mossa dal pavimento durante l’incendio. L’impronta del suo corpo sul pavimento è pulita, non ci sono tracce di fuliggine, quindi la trans non si è mai mossa da lì. Ma questo ancora non basta a capire com’è stato appiccato il fuoco.
Rimangono in questa storia due grossi misteri: il computer che è stato trovato sotto l’acqua del rubinetto e il telefonino mancante. Anzi i telefonini. Accanto alla vittima è stato trovato un Nokia, ma Brenda disponeva anche di un palmare Samsung e, pare, di un altro cellulare. Con uno di questi due Brenda avrebbe ripreso Piero Marrazzo con due trans (assieme a Brenda c’era una certa Michelle), ma lei aveva assicurato agli inquirenti, negli interrogatori delle scorse settimane, di averlo cancellato per paura. Sarà ora necessario ricostruire attraverso i tabulati gli spostamenti e gli incontri di Brenda nelle ultime settimane. Una delle schede sim disperse è collegata al numero che lei avrebbe dato in procura durante gli interrogatori. La procura, inoltre, non sapeva che Brenda avesse un pc. Lei aveva detto agli inquirenti di non possederlo e non era stato trovato a casa sua in una delle prime perquisizioni.

Eloisa Covelli

L’autopsia
Morte da asfissia di ossido di carbonio: questo è il primo risultato a cui è giunta l’autopsia svolta sul corpo di Brenda, la transessuale brasiliana coinvolta nel caso Marrazzo e trovata morto venerdì all’alba nel suo appartamento di via Due Ponti, a Roma. L’esame autoptico, effettuato da un pool di quattro medici, conferma in prima battuta che ad uccidere la trans siano state le esalazioni del fumo sprigionate dall’incendio scoppiato nel suo appartamento. La tac ha anche escluso la presenza di lesioni sul corpo di Brenda. Si tratta di un primo tassello in un una vicenda dai molti lati ancora poco chiari. Gli esperti del policlinico Gemelli dovranno ora sottoporre la salma ad ulteriori esami, in primo luogo quello tossicologico. Brenda, infatti, nelle ultime settimane, aveva cominciato ad assumere con regolarità massicci quantitativi di Minias, un tranquillante. Gli inquirenti hanno passato al setaccio l’appartamento: una zona risulta semidistrutta dalle fiamme. Per terra ancora gli stivali anneriti dal fuoco e un letto quasi completamente mangiato dalle fiamme. Gli inquirenti ribadiscono che si tratta di una scena del crimine «ambigua e complessa» a cominciare dalla valigia, da cui sarebbero partite le fiamme, che è posta a pochi centimetri dalla porta di ingresso che i vigili del fuoco hanno dovuto sfondare perchè chiusa dall’interno. Gli investigatori, inoltre, starebbero cercando un secondo cellulare appartenuto a Brenda che l’8 novembre scorso fu rapinata di un altro telefono portatile in una circostanza poco chiara. Spetterà ai tecnici della questura invece tentare di recuperare i file presenti nel personal computer trovato immerso nell’acqua del lavabo. Secondo quanto si apprende, l’acqua non rappresenterebbe un elemento distruttivo per il materiale del pc per cui si spera di poter recuperare tutto il materiale al suo interno.

La paura di Brenda
Anche oggi le amiche di Brenda, la vasta comunità di transessuali che vive in via Due Ponti, hanno ribadito che lei, dopo lo scandalo che ha travolto l’ex presidente della Regione, Pier Marrazzo, stava male psicologicamente e aveva paura. «Non so niente di video, al massimo poteva avere delle fotografie che però ha buttato», ha raccontato China, l’amica e vicina di casa di Brenda. La transessuale ha confermato che Brenda negli ultimi tempi «beveva molto e prendeva medicine per dormire. Ecco perchè penso ad un incidente e non che sia stata uccisa».

Il vicinato
La zona viene descritta come tranquilla dai vicini. Tra loro parliamo con una ginecologa: «Non so niente -dice- sì le ho viste le trans, ma sono abbastanza tranquille». Un’altra: «La maggior parte delle trans che abitano qui sono tranquille, ma questa Brenda faceva parte di quel gruppetto di tre o quattro che infastidivano. Era ubriaca e tossicodipendente». Due ragazze di origine dell’Est ricordano Brenda: «L’abbiamo vista bene in tv, non certo per strada. Se l’incontravamo giravamo lo sguardo, sennò ci diceva: “Che c’è? Non vi piaccio?” E poi magari chissà che succedeva…». e.c.

La madre di Brenda verrà in Italia
Si è affidata agli gli avvocati perugini Walter Biscotti e Nicodemo Gentile la madre del trans Brenda, Azenete, trovata morta ieri a Roma. La donna che vive in un villaggio del Brasile sarà nei prossimi giorni in Italia, come riferito dagli stessi legali che l’assistono come persona offesa. «Abbiamo raccolto – hanno detto Biscotti e Gentile – un nuovo grido di aiuto da parte di persone fragili e che si trovano al centro di storie più grandi di loro. A nome della madre daremo inizio a tutte le nostre attività lunedì prossimo, recandoci presso la procura di Roma, per dare seguito a una disperata richiesta di giustizia». I due legali – secondo quanto si è appreso – sono stati contattati personalmente dalla madre di Brenda e hanno avuto un colloquio telefonico con lei.

Marrazzo: “Ho fatto tanti errori, ma c’è un complotto”
«È colpa mia, è colpa mia. Dopo aver distrutto me, hanno fatto morire anche lei. Non è possibile, non è giusto, non doveva andare così. Perdonatemi per il male che ho fatto a tutti quanti. Non volevo. Ho sbagliato, ho commesso tanti errori, ma non doveva finire così…». Piero Marrazzo, secondo quanto riportato dal Corriere della sera, avrebbe accolto con queste parole la notizia della morte del trans Brenda, chiedendosi inoltre: «Allora è vero che c’è un complotto, è vero che dietro c’è qualcosa di grosso. Dio mio che ho combinato, perdonatemi vi prego. Non volevo coinvolgere la mia famiglia, non volevo far soffrire nessuno». L’ex governatore del Lazio, rifugiato nell’abbazia di Montecassino, si sarebbe rammaricato di quanto successo, attribuendosi parte della responsabilità: «Se non ci fosse stato tutto questo clamore intorno a me, se non fosse venuta fuori questa vicenda, se non avessi coinvolto tutte queste persone in questa storia, forse Brenda sarebbe ancora viva. Perchè prendersela con Brenda? Perchè deve soffrire così tanta gente?». Marrazzo avrebbe anche mostrato la voglia di abbandonare l’abbazia: «Come faccio a stare tranquillo – si sarebbe chiesto – con tutto quello che sta succedendo? Come posso stare qui? Devo tornare a casa, devo stare vicino alla mia famiglia, devo proteggerla. Senza volerlo li ho comunque coinvolti in tutto questo, devo fare qualcosa».

Via Due Ponti, quartiere degradato
Brenda abitava in Via Due Ponti 180, una via che sta tra la Cassia e la Flaminia, due grosse strade a nord di Roma. Il numero civico 180 è interno rispetto alla strada. Si accede da via Due Ponti attraverso uno squallido tunnel, pieno di cicche, preservativi e spazzatura. A ridosso di una salita si trova questo complesso di quattro palazzine aggrovigliate tra loro. Gli interni sono costituiti da piccoli monolocali soppalcati di 18 metri quadrati circa. La zona giorno sta sotto, mentre sul soppalco c’è la camera da letto, esattamente come nella casa di Brenda. Queste monocamere sono divise tra loro da stretti corridoi puzzolenti e per andare al piano di sopra ci sono scale a chiocciola scarsamente illuminate. Si può arrivare davanti a casa di Brenda da quattro vie diverse: percorrendo il tunnel da Via Due Ponti, oppure tagliando per una salitina nascosta tra le foglie. Ma si può arrivare alla palazzina della trans anche da via Stasi, percorrendo delle scale esterne o attraverso la palazzina, tramite una porta comunicante tra i palazzi, che secondo i condòmini è chiusa da cinque anni, ma che potrebbe essere usata ancora da qualcuno. Queste palazzine sono abitate prevalentemente da trans e da famiglie di extracomunitari. e.c.

Il vero nome di Brenda
Il vero nome della transessuale Brenda era Wendell Mendes Paes ed era nata in Brasile il 28 novembre 1977: avrebbe quindi compiuto 32 anni la prossima settimana.

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