Suicidio Melazzi. Spuntano le lettere del pentimento
3 novembre 2009Diana Blefari Melazzi aveva cominciato da qualche tempo «un percorso» forse proprio grazie al rapporto epistolare con il suo ex fidanzato Massimo Papini. È tutto ciò che chi indaga sulle nuove brigate rosse ribadisce anche il giorno dopo il suicidio della ex compagna Maria. Un percorso che definire collaborazione era forse prematuro, ma che gli inquirenti valutavano molto positivamente per gli sviluppi futuri. Un percorso che si è interrotto bruscamente la sera di sabato scorso quando la brigatista aveva letto sulla notifica che le confermava l’ergastolo per l’omicidio di Marco Biagi, la dicitura «fine pena mai», e ha deciso di uccidersi impiccandosi nella sua cella del carcere di Rebibbia. Un suicidio sul quale ora indaga la procura. «Non ce la faccio più a stare qui dentro, voglio parlare con i magistrati, aiutami ad uscire». Aveva scritto la brigatista in una delle tantissime lettere inviate al suo ex fidanzato, e unico amico che le era rimasto, Massimo Papini, anche lui sospettato di appartenere alle nuove Br, accusa dalla quale era stato scagionato dalla stessa Blefari, e arrestato il 2 ottobre scorso e ora in carcere a Catanzaro per banda armata. Nel fitto epistolario cominciato mesi fa il tono a volte si fa drammatico, accorato: è il tono di una donna disperata (dormiva in cella con uno straccio sul televisore sostenendo che dallo schermo «uscivano i mostri»), che appare tutt’altro che una irriducibile, e che secondo gli inquirenti conservava ancora molti segreti: dall’arsenale delle Br-Pcc e in particolare il luogo dove è stata nascosta la pistola che ha ucciso Biagi e D’Antona, sull’archivio informatico e sulla identità di un presunto ulteriore componente del commando omicida di Biagi. «Devi trovare un modo di farmi uscire di qua – scrive Blefari – il mio obiettivo è uscire di qua». In un’altra lettera la brigatista si spinge a chiedere pietà: «Io sono pentita non ne posso più di stare così». Prima dell’arresto, che Blefari vive come l’ennesima mazzata, Papini si era recato più volte nel carcere di Sollicciano a Firenze, dove Blefari era in osservazione psichiatrica ed era detenuta. Come mai ad una persona che non era nemmeno un parente era stato dato il permesso di visitare una brigatista? Ufficialmente il permesso Papini lo aveva ottenuto dalla direzione proprio in virtù delle condizioni psichiche della sua ex fidanzata, e perchè Papini, dopo la sorella, era l’unica persona con cui la donna parlava. Quei colloqui in carcere con il suo ex fidanzato, tuttavia, sarebbero serviti a Blefari a cominciare quel percorso. I colloqui Blefari-Papini sono stati registrati dagli investigatori con intercettazioni ambientali. Il percorso era cominciato con colloqui con la Digos e sarebbe continuato con un interrogatorio di qui a breve con il pm del pool antiterrorismo della procura di Roma, Erminio Amelio. Ufficialmente Blefari Melazzi non avrebbe lasciato alcuna lettera-testamento prima di decidere di farla finita. E sia gli investigatori sia i legali della ex «compagna Maria» si trincerano dietro un no comment a domande a riguardo. Ma appare probabile ora una convocazione dello stesso Papini da parte dei magistrati. Agli atti del Riesame che confermò il carcere per il presunto brigatista, ironia della sorte, c’è proprio il carteggio con la sua ex fidanzata, quelle lettere che secondo l’accusa giustificano la tesi della contiguità o appartenenza di Papini alle Br-Pcc. Ma che erano «servite», proprio «grazie » a Papi. A giorni Blefari Melazzi avrebbe dovuto avere un altro colloquio con i pm ma a spezzare il percorso e la sua vita è arrivata quella notifica dell’ ergastolo con sopra la scritta «fine pena mai»
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